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Lettere del Direttore - NATALE 2001


 

“Egli tergerà ogni lacrima dai loro occhi

e sarà il Dio-con-loro.

Non vi sarà più morte,

né lutto, né lamento, né dolore.

Non si udranno più

voci di pianto e grida di angoscia

e non vi sarà più notte,

perché le cose di prima sono passate.

Ecco, io faccio nuove tutte le cose.” (Ap. 21)

                          

Carissimi amici,

                  Pace e bene!

Sento di dovere riscrivere la lettera di Natale. Una l’ho appena stracciata: troppe riflessioni fatte da questa parte del mondo sulla guerra e sulle sue alternative non violente. Riflessioni molto sofferte per un’Italia che ha fatto di tutto per entrare in questa guerra così vile e così evitabile. Quell’altra guerra che fa 50 milioni di vittime all’anno per fame, quella non interessa all’alleanza atlantica. Wanjiku ne è una delle vittime. Ha 25 anni e si prostituisce per 5 scellini che sono 110 lire e mi confida che è meglio morire di AIDS domani, piuttosto che morire di fame oggi.

Il giorno 11 settembre sono morte 5000 persone a New York per l’attentato e 16500 bambini per fame. Sono morti 16500 bambini anche il 10 settembre e anche il 12 settembre e ogni giorno dell’anno. Innocenti anche loro. Ma l’Italia fa partire le navi per la guerra e ci fa una lacrimuccia mentre aumenta allegramente le spese militari a 39600 miliardi per fare la guerra ai miseri dell’Afganistan: è invece alla miseria che dovremo dichiarare guerra.

L’ho stracciata perché a parlare di questa guerra disgraziata ne vien fuori una lettera disgraziata e anche perchè sentivo il rischio di perdere la stella e la sua scia di speranza. 

Qualche tempo fa un prete un po’ maldestro ci ha fatto visita qui al Saint Martin. La gente se la godeva a vederlo passare nel fango, impegnato com’era in difficilissimi esercizi di equilibrio per non sporcarsi. Dopo un lungo discorso che non ho capito, mi saluta dicendo: “bello il lavoro che fate, ma io mi sento più chiamato per le cose spirituali….”…per un momento mi sono sentito chiamato a dargli uno spintone e farlo andare disteso nel fango così almeno ci si divertiva tutti e invece ho voluto fare la persona seria e gli ho risposto citando il concilio (G.S. 43): “ Non si venga ad opporre, così per niente, le attività sociali da una parte, e la vita religiosa dall’altra”. E Madre Teresa allora? Era più spirituale quando si piegava per pregare il Dio del cielo o quando si piegava per consolare il disperato della strada.

Caro fratello prete la fede sterilizzata, super-pulita e che non si sporca mai è una fede che si fa ridere dietro. Una certa spiritualità vuota, emotiva, che ha solo voglia di cielo e spinge alla ricerca del “sentirti bene con te stesso” invece di far sentire bene gli altri è una fede sterile. Buona a nulla.

Che Dio ci liberi anche da un modo di vivere la fede faccendiero, tutto preso dai problemi della gente e ormai incapace di alzare lo sguardo come dice il salmo:

“Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?

  Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra”.

Noi qui al Saint Martin sogniamo di vivere la nostra fede con chi soffre e non ce la fa, ma sempre a testa alta per non perdere la stella e la sua scia di speranza: mistici dell’impegno sociale.

Caro fratello prete hai ragione tu quando dici che il cibo per me è un problema solo materiale ma ho ragione io se ti dico che il cibo per gli altri e la loro sofferenza e disperazione sono i più alti problemi spirituali che io conosca. A Natale dello scorso anno abbiamo costruito due nuove case per ragazzi e ragazze di strada e il prossimo anno apriremo una casa per bambini malati di AIDS e già orfani. Costruire delle case è facilissimo, ma un tetto non protegge se non c’è ascolto e accoglienza e l’abbondanza di cibo non nutre se non c’è amore e comprensione e le coperte non riscaldano senza una carezza e un sorriso……..e questa è tutta una faccenda spirituale.

Io non conosco nulla di più spirituale del mistero, e proprio il mistero dell’incarnazione sbatte la mia voglia di cielo tra i fratelli dove Gesù ci aspetta: “Ero affamato, malato, solo, disperato, dimenticato, oppresso,……ti sei preso cura di me o ti sei preoccupato solo di te stesso?”. E’ questa la buona novella che gli angeli cantano, l’unica vera rivoluzione che tutte le fedi e tutti i cuori hanno il diritto di ricevere.

Caro fratello prete, vedo che non hai capito.

So che la colpa è mia. Io con i ragionamenti non ci so fare.

Provo di nuovo a spiegarmi. Questa volta però con delle storie.

Mary è stata lasciata dal marito e se la cava da sola ormai da diversi anni. Fa la donna delle pulizie e ha cinque bambini. Se vai a farle visita però ne conti sei di bambini. Kamau le è stato affidato da noi del Saint Martin e non era un bimbo come gli altri: non sapeva sorridere e pareva rassegnato e spento.  Nessuno l’aveva mai fatto sentire importante e amato perché i suoi genitori sono morti di AIDS e lo hanno lasciato con una zia più disgraziata di lui: alcolizzata, obbligava anche Kamau a bere per farlo stare buono. Kamau è malato come i suoi genitori e negli ultimi tempi è anche peggiorato: si prepara a lasciarci. In questi mesi però si è trasformato: è sempre felice, sorride a tutti, chiama la Mary “mamma” e si gode la compagnia dei “fratelli”.

Caro fratello prete, come faccio io a farti capire che Mary che tratta  Kamau come uno dei suoi figli mi aiuta ad essere cristiano e prete e uomo del vangelo mille volte più di tutte le prediche che ho ascoltato nella mia vita. E come faccio io a metterti in testa che il sorriso ritrovato di Kamau è il sorriso di Dio e a me sembra assolutamente “spirituale”. E come faccio io a raccontarti la sua voglia di vivere di bambino finalmente amato, che mi contagia, mi entra nelle vene, e va in circolo molto prima dei discorsi spirituali che mi fai tu.

Esther e Peter hanno la loro casa in mezzo ai campi di granoturco e fagioli e sono contadini. Non fanno parte di nessun gruppo ecclesiale né occupano alcuna di quelle sedie che fanno sentire importanti. Persone normali. Con questa loro semplicità si sono presi in affidamento un bambino rimasto orfano: il suo nome è Kiama ed è disabile fisico e mentale.

Qualche tempo fa ho visto Ester e Peter entrare in ufficio e mi si è gelato il sangue: non ce la fanno più - ho pensato - e se adesso mi danno indietro Kiama, chi se lo prende?

Invece si siedono sorridenti e mi dicono di essere venuti a ringraziarmi perché, da quando Kiama è entrato in famiglia, i loro figli hanno imparato a diventare più generosi e pronti a dare una mano.

Caro fratello prete, come faccio io a spiegarti che lo slancio generoso di questa coppia mi ha cambiato il cuore più di tutti i libri “spirituali” che mi consigli tu. Come faccio io a farti capire che a prendersi cura di Kiama ci vuole uno spirito potente di sacrifico, dono, rinuncia, amore e questa è una faccenda che a me pare del tutto “spirituale” e, a dirla tutta, perfino mistica? E lo sai cosa significa “Kiama” in lingua Kikuyu? Significa “miracolo”. Kiama è disabile fisico e mentale eppure ha già fatto un miracolo di bontà nella famiglia di Esther e Peter e sta facendo un miracolo anche nel mio cuore. Quando scivolo lungo il crinale delle lamentale facili e mi lascio andare al malcontento da occidentale viziato o a stanchezze borghesi penso a Kiama e alla sua vita così difficile e penso ad Esther e Peter e alla loro disponibilità di 24 ore al giorno, e sento una stretta cuore e sento di non avere più nessun diritto di lasciare spazio alla stanchezza o a tristezza e sfiducia.

Caro Gesù bambino, grazie per i miracoli di Kiama e

perché continui a dare un volto alla speranza: Mary, Kamau, Ester, Peter.

Facci diventare come i pastori che non hanno perso né la stella né il canto della speranza:

come loro, camminare nella notte ma con la festa nel cuore,

procedere nel buio ma con la luce della cometa negli occhi,

sopportare il freddo di questa vita per giungere al calore della grotta

e finalmente riposare attorno a un fuoco di pace.

Maria, madre di speranza, fai bene a stringerti il tuo bambino Gesù.

Donaci lo stesso tuo amore per diventare mistici dell’impegno sociale con chi soffre….

….che i poveri Gesù bambino da abbracciare non mancano neanche a noi.

                                                                                                                                   Buon Natale

fr. Gabriele

 

   

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