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Soggiorno a
Saint Martin
La chiesa è
panciuta, ma la struttura è piacevole: quarant'anni portati bene. La
circonda un prato verde, qualche albero, fiori. Le bimbe del coro
provano all'aperto. Poco più in là, dopo una siepe, c'è il cortile
del Saint Martin: una palma spennacchiata è l'abbellimento fatto da
chi ha la voglia ma non il tempo di badare all'aspetto.
Direttore un
religioso cattolico, vicedirettore una donna protestante,
presidentessa un avvocato di grido in una società dove la
mutilazione femminile è il prezzo della maturità; tre costruzioni
basse e lunghe, stanzette, uffici, qualche computer, oltre una
cinquantina di dipendenti, veicoli e fuoristrada dell'associazione
in perenne allerta.
Oltre il cancello
la strada per le cascate, unica meta per turisti e, più in là, la
pista per il brullo Nord che costeggia, prima di lasciare la città,
una delle tante baraccopoli. Tutto intorno c'è Nyahururu, capoluogo
di un distretto di 580 mila abitanti i cui bisogni sono direttamente
proporzionali alle incoerenze di uno sviluppo a troppe velocità.
Il tasso di
alfabetizzazione, degno dei "paesi civili", è un vanto del governo,
ma fin dagli inizi il credo insegnato è "to be number one", cioè
eccellere; e chi non è ricco o migliore degli altri conosce presto
gli strappi della selezione. Ragazzi di strada che, come adulti, si
inebriano con distillati tossici arricchiti da uno schizzo di
candeggina; più spesso il "sogno" è colla da falegname aspirata fino
a istupidirsi e, se si è donna, anche tre gravidanze prima della
maggiore età. Una pacchia per il diffondersi delle malattie:
devastanti le infezioni, mentre l'Aids, se continua così, si porterà
via nel giro di cinque anni un quarto degli abitanti del Kenia.
Circondati da
stranezze e vastità africane, la realtà giunge senza preavviso. A
ricevere una comitiva di turisti/donatori provenienti dalla
"Sinistra Piave" c'è Monica, bella ragazza, un po' magrolina. Poi
comincia a parlare: "Ho 25 anni e ho avuto cinque figli, sono
contagiata, tre bambini li ho persi per l'Aids, non sapevo dove
andare finché al Sant Martin ho conosciuto gente come me. Non sono
più sola, non rimarranno soli". Ci si sente piccoli, ma consci che
negli occhi di questa donna la speranza non si è spenta… E dire che
solo ieri gli hanno bruciato il negozietto messo su con il
microcredito del Saint Martin; e dire che non avrà mai trent'anni…
Organizzazione,
presenza, amore e solidarietà. Quattro modi di esprimersi di don
Gabriele, il boss, che ai kikkuyu, l'etnia più numerosa, predica in
dialetto e che non crede nella definizione "terzo mondo" perché di
mondo ce n'è uno solo e semmai il discorso da fare è sulle
ingiustizie. Per lui l'Africa ce la farà: non sa come, ma in fatto
di fede i misteri sono ammessi. Conosce una donna nomade con due
figli, l'uno pastore come lei, l'altro agricoltore con due figli;
l'uno al lavoro in fabbrica, l'altro diplomato e abile nell'uso di
internet. Sembra una parabola ed invece è la realtà: rivoluzioni
agricola, industriale e tecnologica in due generazioni. Un
concentrato di opportunità ed ingiustizie dove tutto è possibile
compreso il Comune che taglia l'acqua all'ospedale civile perché
moroso nei pagamenti e dove l'immagine simbolo si trova svoltando un
angolo: un cavo del telefono trascinato verso terra da una liana
eppur funzionante.
Don Luigi,
quarant'anni in Africa e saggia guida spirituale della comunità, si
dice consapevole finalmente di non saper proprio nulla. Pare esser
questo il mal d'Africa: l'evidente che si fa inafferrabile. La
Chiesa allora deve rendersi più semplice: più amore meno devozione,
più darsi meno chiedere. C'è scritto nel Vangelo. Pani e pesci, Gesù
non li moltiplicò. Li ottenne da chi li aveva e li divise tra la
gente; ed il miracolo che avvenne fu quello di trasformare la
moltitudine in famiglia, quello di rinviare ciascuno alla propria
casa consapevole della forza del condividere.
Così è nato il
progetto "comunitario" del Saint Martin; così un orfano per il quale
non si possono trovare nuovi genitori, entra a far parte di una
famiglia che si impegna a dargli ricovero e parte del vitto, un
benefattore gli pagherà i farmaci in caso di malattia, gli alunni di
un'intera scuola si autotasseranno per uno scellino (30 lire) e gli
pagheranno la frequenza. Ecco spiegata la ricetta del Saint Martin
che consente all'associazione, da un anno all'altro, di continuare
ad aiutare ragazzi di strada reali e potenziali, orfani, invalidi ed
emarginati senza implodere sotto il peso della propria misericordia.
E questa istituzione non è un isolato fortino missionario, ma un
brulicare di diversità che interviene tramite progetti studiati in
loco e sostenuti sia dall'estero che localmente come il recente "harambee",
una colletta danzante e gaudente per i bambini disabili cui hanno
partecipato migliaia di cittadini.
Un'altra
sensazione forte di chi visita una realtà simile è rappresentata dal
desiderio crescente di poter operare per aiutare. Principali attori
per il Saint Martin sono tuttavia i destinatari stessi
dell'intervento. Per la disabilità infantile si è cominciato negando
il fenomeno, poi "trovando" 1600 minori nel circondario del Saint
Martin fino allora segregati dalle famiglie perché ritenuti frutto
del malvolere divino, quindi si è dato via al progetto vero e
proprio di sostegno. In parole stringate, il "Cuamm-Medici per
l'Africa" ha assicurato un minimo di presenza specialistica, mentre
tutta la "manodopera" è stata garantita dai genitori dei bimbi
invalidi, quasi tutti per mancanza di ossigeno alla nascita, resi
liberi dai pregiudizi e quindi di amare i propri figli più
sfortunati. Ed è un vero e disperato amore il loro quando sostengono
e distraggono bambini bellissimi eppur deformi su materassini e
divaricatori.
La visita al
Saint Martin si chiude con la sensazione che qualcosa sia stato
scritto nell'intimo. L'ultima consapevolezza è quella che là c'è
spazio per tutti coloro che conoscono il significato della parola
condividere e che l'operazione Saint Martin, oltre ad esprimere
amore, rappresenta davvero un aiuto sostanziale a una comunità che
vuole imparare a farsi del bene.
Duccio Rugani
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