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SOGNAVO L'AFRICA


TREVISOSETTE – numero del 21 settembre 2002

Sono nata e cresciuta a Treviso e anch’io fin da bambina sognavo l’Africa, precisamente il Kenya, come la mia concittadina Emma Boccazzi (in arte Kuki Gallmann, figlia del noto scrittore trevigiano Cino) prima di me e la danese Karen Blixen prima di lei. Il Kenya dei Maasai e delle migrazioni imponenti di gnu sull’erba arsa dal sole equatoriale degli altipiani, delle cascate cristalline, dei cieli tersi con stelle luminose come meteore, delle cime innevate dei picchi vulcanici, della sabbia bianca della costa e delle mille sfumature turchesi della barriera corallina, delle sculture in ebano e avorio e dei gioielli in pietre dure e perline multicolore, dei deserti del nord percorsi dalle carovane di cammelli, dei laghi di soda coperti da distese di fenicotteri rosa… ma anche il Kenya esplicito scenario del perenne alternarsi (e completarsi) della vita e della morte, del sangue e della caccia, dell’acqua apparentemente innocente infestata dai parassiti, delle zanzare anofele portatrici di pericolose febbri malariche, talmente piccole da attraversare i fori delle zanzariere; il Kenya dei bambini mangiati dai leopardi mentre giocano sulle colline, delle donne che partoriscono nella capanna e un’ora dopo tornano a lavorare nella shamba (termine swahili che indica il piccolo appezzamento di terreno) con il neonato sulle spalle, dei grattacieli azzurri che si fondono col cielo e dei marciapiedi di terra rossa polverosa ai loro piedi, dove i poveri camminano scalzi; il Kenya del business turistico e dell’odio post-coloniale verso il muzungu (lo straniero bianco), delle danze Maasai attorno al fuoco e degli scontri interetnici sanguinari (non più a colpi di lancia e machete, ma a raffiche di mitra) alimentati dai subdoli interessi di pochi potenti politicanti, dei lussuosi lodge nel cuore alla savana per gli amanti dei safari e della case di paglia e lamiera dei contadini a ridosso del recinto dei grandi parchi, dei pochi coloni rimasti (sempre più sostituiti dai nuovi ricchi locali) e della fame dei braccianti, degli internet café ad ogni angolo di strada e delle immense baraccopoli brulicanti di uomini, bambini ed animali tutti sotto le stesse capanne senza luce né acqua, circondate dalle immondizie e dalle fogne a cielo aperto. In una parola, il Kenya della contraddizione, della dura lotta per la sopravvivenza, dove la vita non è data per scontata, ma è un miracolo che si rinnova di giorno in giorno. Negli anni ’20, lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, allievo e poi acerrimo rivale di Sigmund Freud, durante un periodo di alcuni mesi passato con gli indigeni kenioti del monte Elgon, ai confini con l’Uganda, riassunse così il cuore della religiosità tradizionale locale: non sono il sole o la luna ad essere adorati, ma il sole al momento in cui sorge, la magia del nuovo inizio, della rinascita mattutina del mondo, il germe creativo che ad ogni alba rinnova la vita, come la prima falce della luna nuova, che riappare dopo l’apparente morte e nel suo brillare torna a fecondare la vita nel grembo della Madre Terra regolando le maree, le piogge e i flussi mestruali. Come un vecchio colono disse a Jung, “Questa non è la terra dell’uomo, questa è la terra di Dio. Perciò, se ti capita qualcosa, non preoccuparti: siediti e basta.”

Ho vissuto nella “terra di Dio” per alcuni mesi, tre anni fa. Ho conosciuto il paradiso e l’inferno, ho sentito sulla mia pelle il sole equatoriale e nelle mie ossa il vento gelido delle notti in alta quota, ho provato la gioia estatica e le convulsioni della febbre malarica, ho visto la vita germogliare dall’aridità del deserto e la morte negli occhi dei bambini deformati dalla fame, l’assistenzialismo degli aiuti internazionali e gli sprechi inquantificabili, l’incredibile coraggio di vivere della gente, traboccante di forza autoguaritrice laddove le medicine costano troppo (una dose di solfato di chinino per curare la malaria si aggira attorno ai 50 scellini kenioti, meno di 80 centesimi di Euro, per noi un caffè) e la pelle rosa trasparente martoriata dal cancro e dalle ustioni degli africani albini semiciechi per la troppa luce dell’Equatore. Ho visto la polizia picchiare a morte innocenti seduti a tavola in casa propria e ho incontrato persone meravigliose della mia terra veneta in prima linea a documentare i massacri di quelle persone. Quest’anno sono tornata. Alcuni di loro sono stati uccisi o hanno dovuto andarsene, ma molti altri sono ancora lì. Ai lettori di Trevisosette voglio raccontare lo straordinario e innovativo lavoro portato avanti da anni da alcuni missionari veneti nella regione di Laikipia, negli altipiani centrali, e il lavoro più ambiguo della loro illustre vicina di casa Kuki Gallmann; voglio raccontare le storie della loro gente, smitizzare i romanzi, svelare la realtà al di fuori dei ranch di lusso, tentare di sbrogliare la matassa delle falsità scritte sugli scontri tribali, di andare alla radice della violenza e della paura. Il reportage “Prima falce di luna: la terra di Dio” sarà pubblicato a puntate su Trevisosette, corredato di fotografie, a partire dal prossimo numero. Ringrazio fin d’ora i lettori che ripercorreranno con me questo insolito, e non sempre romantico, diario d’Africa.

 

Nicoletta Antonello

 

   

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