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TI IMMAGINI?
SONO LIBERO!
Apparentemente la
frase non ha senso, è lì, tra astrazione e realtà. Ma David Makara,
colpito a fuoco il 15 Dicembre 2003, amputato al braccio destro,
operato all’addome, incatenato al suo letto per 100 giorni, dopo
mesi di agonia in prigioni a dir poco ripugnanti e sovraffollate
oggi è libero. E, questa frase, la ripete in continuazione.
Gli
hanno sparato addosso, durante il governo Moi, alcuni poliziotti
ubriachi. Verso sera, dopo una giornata passata ad aver taglieggiato
i poveracci che affollano la città di Nyahururu, sita all’equatore
in Kenya. Pensavano di averlo finito con tre colpi. Invece David se
l’è cavata, seppur malconcio e sanguinante iniziando, cento giorni
fa, il calvario che lo ha portato all’odierna resurrezione. E’
accaduto oggi 4 aprile 2003 alle ore 16.00 presso il primo Tribunale
di Nyahururu. In aula sono presenti tutti i vincitori della lunga ed
estenuante battaglia nonviolenta: gli americani di International
Justice and Mission, il direttivo di Saint Martin, organizzazione
per la quale David prestava volontariato, i nove giovani che si sono
fatti arrestare durante un atto di disobbedienza civile in
solidarietà a Makara, la società civile partendo dai suoi parenti e
dai suoi amici. Fuori dall’aula, come per i precedenti appuntamenti
con la “giustizia”, metà città.
Aula strapiena,
fatiscente, aria viziata, controsoffitto decadente, quattro
lampadari impolverati, una scrivania con un panno viola per il
giudice, due file di sedie sgangherate per l’accusa, la difesa e la
stampa. Panche per la gente. Un muretto separa gli imputati dal
resto della gente. Silenzio di tomba o l’omino incravattato caccia
dall’aula chi fiata.
Il verdetto
doveva essere alle 9 del mattino ed è scivolato al tardo pomeriggio.
David entra dal lato prigioni, dopo una giornata di attesa, assieme
ad altri due, arrestati assieme a lui. E’ più magro e più stanco di
sempre. Abitare in una cella con 64 altri prigionieri non è il
massimo. Sussurra qualcosa al direttore di Saint Martin e poi alla
sua difesa, si guarda attorno, cerca solidarietà. Sembra dire: avete
fatto qualcosa? Vi sono buone nuove? Non guarda il giudice; da lui
sembra non aspettarsi poi molto. Nessuno gli rivolge la parola
perché l’omino incravattato, se gli gira, potrebbe rinviare il
giudizio di una quindicina di giorni. Ha il potere, lui. Il giudice
interroga il pubblico ministero che ritira tutte gli addebiti di
furto con violenza smontando conseguentemente cento giorni di bugie.
Lui che ha il potere, non gli resta altra via che pronunciare le
parole di libertà; seppur malvolentieri. David salta il recinto
degli imputati, si fa largo tra la folla e sfreccia all’aria aperta.
Lo vediamo correre all’impazzata tra i molti che lo salutano senza
fermarlo. E’ il trambusto ed il tutto è accaduto in un battibaleno.
Tutti abbandonano l’aula. E’ gioia e libertà. Anche se non
sembrerebbe dato che in molti piangono; americani compresi.
E’
una delle prime volte che la gente assapora la giustizia qui in
Kenya. Anche un disgraziato come Makara, ex ragazzo di strada,
mariuolo che ha vissuto certamente di espedienti, ha la possibilità
di conoscere una cosa semplicissima quanto la giustizia. L’oppresso
ha avuto ragione sull’oppressore. La forza della legge sulla legge
della forza che ha tenuto a bacchetta per generazioni questo paese.
Vi sono mamme,
zie, amici che urlano di gioia. Alcuni danzano. E’ vietato
all’interno del cortile del Tribunale ma chi se ne frega: Makara è
libero.
I giornalisti
accorrono in ritardo e chiedono come questo possa essere accaduto.
Si è talmente abituati che i poveri Cristi finiscano dentro mentre i
corruttori se ne stanno a spasso che si è meravigliati della
notizia.
Ore 16.40 Makara
entra in Saint Martin; è l’abbraccio. Ognuno se lo stringe a se e
lui ripete costantemente: ti immagini? Sono libero! E’, finalmente,
a casa. Non cessa di sorridere.
Non gli interessa
il braccio amputato o i mesi persi in prigione; ora ha una vita
davanti.
Gli amici
americani si siedono e si rilassano. Hanno lavorato per tre mesi
senza sosta facendo pressing presso le autorità politiche e
giudiziarie locali, regionali e nazionali assieme al team di azione
nonviolenta e diritti umani di Saint Martin. Quest’ultimo non ha
lasciato correre giorno senza andare a trovare Makara; se lo si
perde di vista è spacciato. Ad ogni appello si perdevano le
speranze; l’accusa inventava sempre nuove fandonie pur di
condannarlo a morte. La polizia ha tentato di farlo addirittura
evadere per poi incolparlo di fuga e quindi condannarlo per
direttissima.
A tanta arroganza
si è risposto documentando ogni respiro con la forza della
nonviolenza e della competenza e si è intervistata metà Nyahururu,
accumulando prove su prove di innocenza. Per mesi si sono raccolte
e-mail, fax, lettere e scritti di solidarietà dall’estero, e
soprattutto dall’Italia, per avere Makara libero; tutti finiti in
allegato al faldone della difesa. Questa è stata rappresentata da un
vecchio saggio di nome Kamau. Non vedente. Si avvale di un portatile
a sintesi vocale e di molti giovani avvocati che pendono dalle sue
labbra. Zoppica sorretto da un bastone per ciechi. Rappresenta la
parte migliore dell’Africa: i nervi saldi nei momenti della
disperazione, il saper che il tempo potrebbe esser d’aiuto, la
memoria per smantellare nel contraddittorio ogni accusa, l’età che
lo pone come un venerabile di fronte al pubblico ministero. Alla
notizia che Makara è stato liberato ha sorriso. Ha aperto il suo
notebook ed un nuovo file con il nome di un altro disperato
rinchiuso nella prigione di Nakuru. La settimana prossima vi sarà
l’udienza; c’è molto lavoro da fare.
Fabio Pipinato
Nyahururu
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